DATI DI FATTO – Gianfranco Ferroni & Stefano Perrone – a cura di Twenty14

Quello che cerco di fare, in fondo, è proprio questo, vedere come degli elementi apparentemente concreti, dei dati di fatto, che possono anche essere del tutto casuali, marginali, prelevati dal mio piccolo mondo, per un attimo si formano, si sono coagulati, ma potrebbero diventare piano piano sempre più sottili, polverizzarsi, sino a scomparire e tornare carta bianca .

Sono le parole di Gianfranco Ferroni, uno dei maggiori pittori figurativi e incisori italiani del dopoguerra scomparso nel 2001. Che un artista racconti innanzitutto se stesso è una tautologia, ma nel caso di Ferroni l’inevitabile identità fra arte e vita non è solo coscienza di un fenomeno: è volontà di una testimonianza il più possibile vera e sincera, quindi vicina all’esperienza. La lunga parabola artistica di Ferroni lo vede protagonista in anni sensibili per la cultura italiana, un protagonista che non ha mai urlato con le parole, ma ha scelto piuttosto di continuare a lavorare, lasciando che fossero le immagini create a denunciare, sottolineare, rivelare una condizione personale ed universale del suo tempo.

Legato a partire dal 1956, ai pittori del cosiddetto Realismo esistenziale, Ferroni attraversa diverse fasi: da una vena espressionistica anti-graziosa degli esordi, all’impegno politico, alla disillusione dopo il ’68, fino ad arrivare a quella solitudine tangibile di artista-asceta, che si riflette in pochi oggetti che abitano gli spazi. Un percorso denso di significato e di partecipazione, molto spesso sofferente.  Più che di iper-realismo, citando Marco Vallora si potrebbe parlare di  “devozione”, vogliamo dire: accanimento feticistico dei resti del mondo? Chicche, briciole, sbrecciature di piastrelle . Forse sarebbe meglio definirlo ultra-realismo, una ricerca in cui anche l’attesa diviene tangibile; attesa di un’apparizione laica, che dia un senso alle cose, che riempia quelle stanze vuote che Ferroni non cessa di fotografare, incidere, dipingere.

Un’ indagine della realtà, che si riduce a pura essenza luminosa, perseguita anche attraverso una raffinata sperimentazione fotografica, ed è proprio qui che si rivela una delle profonde vicinanze con la ricerca artistica di Stefano Perrone, in cui la fotografia non è solo sperimentazione, ma un meccanismo preparatorio alla tela. Nel lavoro di Perrone la componente progettuale è fortissima: da un’istantanea scattata con il telefono – il dato di fatto -, prende vita una progettazione digitale, che passa attraverso lo studio della composizione e il disegno vettoriale, per arrivare poi al pennello. Il soggetto, per lo più oggetto ritratto, che sia in una sua porzione o nella sua interezza, come in Ferroni, non è più mera cosa, ma si astrae dalla sua condizione di staticità fisica e concettuale.

Credo ci siano pochi oggetti che in posizione statica manifestino realmente la loro staticità. Intervengono tanti fattori a far “muovere” un oggetto statico: la luce, il materiale di cui è costituito, il suo colore e la sua forma, anche le reazioni chimiche cui è soggetto in caso di un elemento organico.” Afferma Perrone, che per rappresentare tale moto segue le direzioni suggerite da queste componenti, accentuandolo con quell’elemento che diviene uno dei tratti distintivi della sua poetica: la linea vettoriale. Una linea, non solo grafica ma anche emotiva, registrazione di un sentire, che distoglie l’attenzione da un soggetto, ne sottolinea e allo stesso riscrive la forma, giocando con i confini dell’astrazione. Anche nelle opere di Perrone il vuoto, l’assenza diviene elemento tangibile, non solo a livello compositivo ma percettivo. “L’assenza di una cosa o persona genera il vuoto, ma allo stesso tempo lo occupa quel vuoto.” Afferma l’artista “Lo occupa con la necessità della presenza. Rappresentare l’assenza è un po’ come provare a rappresentare un ricordo che ci sfugge.

In DATI DI FATTO emerge il lavoro di due artisti, entrambi autodidatti, che, se pur separati da un decisivo stacco generazionale, si trovano uniti in un acceso dialogo. Le opere sembrano parlarsi attraverso un gioco di rimandi, di assenze e di presenze oggettuali che ci raccontano due epoche differenti. Ma che rispondono con la stessa urgenza alla frenesia del consumo, ritraendo il tempo, lo spazio, la luce ed il sentire che lo attraversa.

LArchivio Gianfranco Ferroni, inaugurato nel 2021, si è posto fin da subito tra i suoi obiettivi quello del dialogo con artisti emergenti impegnati nella ricerca estetica e visiva. La scelta di affiancare le opere di Ferroni a quelle di Perrone si pone come punto di riflessione per l’evoluzione artistica di Perrone a nuovi scenari e trova la sua giustificazione nella concezione di essere, Ferroni, un artista storicizzato da cui apprendere e su cui indagare ed elaborare. Analizzare i suoi lavori per coglierne il significato più insito, farne punto cardine per nuove riflessioni critiche sul mondo contemporaneo ed utilizzare la propria corda espressiva come mezzo comunicativo di denuncia. Sicuramente il filo rosso tra Ferroni e Perrone è il Segno: per Ferroni fondamentale nei suoi sublimi lavori incisori e nelle opere degli ultimi anni, attraverso di esso trova i suoi soggetti, la sua ormai chiara e riconoscibile iconografia, riuscendo a far fluttuare i suoi lenzuoli su una tavola di legno utilizzando semplicemente delle matite, la sua manualità artistica indiscussa arriva proprio dal segno, appunto; per Perrone, come spiegato sopra da lui stesso, il suo segno è la linea vettoriale che porta con sé anche un carico comunicativo fondamentale nella sua arte.

Stefano Perrone (1985) lavora tra Parigi e Monza. Laureato in Industrial Design al Politecnico di Milano nel 2008, inizia la sua carriera professionale come art director, lavorando presso importanti agenzie di comunicazione come Saatchi & Saatchi e McCann Erickson. Nel 2015 decide di lasciare il suo lavoro per dedicarsi esclusivamente alle arti visive. Perrone collabora con Ribot Gallery Milano e Jason Shin Seoul; nel settembre 2022 è stato selezionato e invitato da POUSH a partecipare al programma di residenza parigino.
Tra le recenti mostre personali: Any port in a storm, Seoul (South Korea), 2022,  A solo presentation at Art Central Hong Kong, 2021 con Jason Shin gallery, In conversation with Przemek Pyszczek, Ribot Gallery, Milano, 2020; Maschere in Villa, Villa Litta, Milano, 2018, prodotta da Melzi Fine Art; Beneath and Beyond, Palazzo Monti, Brescia, 2017. Tra le recenti collettive: Polireality, Hive Art Center, Bejing, China (settembre 2023), A collector point of view, SOF:ART gallery, Bologna, 2022, Turn on the bright lights, Galleria Nicola Pedana, Caserta, 2020; The Wall Project, Art Noble gallery, Milano, 2021, Transatlantico, Mana Contemporary Art Center, Jersey City, 2020.

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